"Signorina, mi metta in comunicazione con...": la storia delle centraliniste, prima della teleselezione
C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui per parlare con qualcuno in un'altra città non bastava comporre un numero. Bisognava passare da lei: la centralinista, la "signorina del telefono", che con un cordone e uno spinotto d'ottone decideva letteralmente chi parlava con chi. È a questo mestiere scomparso — e al gesto, oggi quasi coreografico, di infilare la spina nella presa giusta — che abbiamo dedicato il nostro nuovo simulatore di centralino manuale, ora disponibile sul sito. Prima di lasciarvi provare a vestire i panni della signorina, però, vale la pena raccontare come funzionava davvero questo lavoro, e perché per quasi un secolo ha tenuto in piedi le comunicazioni di un intero paese.
## Un mestiere nato con il telefono stesso
Quando, alla fine dell'Ottocento, Alexander Graham Bell e Thomas Edison misero a punto la centrale telefonica (accanto a loro va sempre ricordato l'italiano Antonio Meucci, tra i padri riconosciuti dell'invenzione), nacque anche un luogo fisico nuovo: la sala di commutazione manuale. Enormi pannelli pieni di prese jack, uno per ogni utente collegato alla rete, e davanti a quei pannelli le operatrici che spostavano gli spinotti da una presa all'altra per aprire, di volta in volta, una linea diversa.
Da qui nacque una professione tutta nuova, quella della telefonista, affidata fin dagli anni Ottanta dell'Ottocento quasi esclusivamente a donne. Il copione era sempre lo stesso: l'utente sollevava la cornetta e diceva "Signorina, mi metta in comunicazione con...", la centralinista ascoltava nome e numero richiesti, metteva in attesa il chiamante, prendeva il suo spinotto e lo spostava fisicamente nella presa giusta, facendo squillare l'altro apparecchio. Un gesto che si ripeteva per ogni singola telefonata, anche solo per chiamare il vicino di quartiere.
## Un lavoro duro, sotto stretta sorveglianza
Non era un impiego semplice. Nei primi decenni le telefoniste lavoravano in piedi, in un continuo squillare di apparecchi, con una tecnologia spesso inadeguata che generava disservizi e proteste degli utenti — proteste di cui, ingiustamente, finivano per pagare il prezzo loro. Era comunque considerato un "posto fisso" ambito, una sorta di piccola aristocrazia industriale: richiedeva prontezza di riflessi, velocità, ottima dizione e una cortesia impeccabile, doti che si accompagnavano a un severo codice di comportamento e a un'uniforme con tanto di grembiule lungo e colletto bianco.
Le operatrici coprivano i turni fino alle 22, quando venivano sostituite da colleghi uomini per il servizio notturno. Dalla seconda metà degli anni Venti le aziende telefoniche investirono molto sulla "rispettabilità" della figura professionale, con selezioni più rigorose, programmi di addestramento e capoturno incaricate di vigilare sulla disciplina: le telefoniste erano, di fatto, il primo volto — o meglio, la prima voce — con cui il pubblico entrava in contatto con l'azienda.
## La signorina diventa un'icona popolare
Con il tempo la centralinista è diventata anche un personaggio della cultura di massa italiana. Uno dei ritratti più celebri arriva da un Carosello del 1965, in cui Franca Valeri interpreta una centralinista addetta al servizio sveglia mattutino: un'interpretazione così riuscita da diventare l'archetipo stesso della "signorina del telefono" nell'immaginario collettivo. Anche dopo l'arrivo delle prime centrali automatiche, che a partire dagli anni Venti permisero le chiamate dirette all'interno dello stesso distretto, le telefoniste restarono infatti indispensabili per le chiamate interurbane e internazionali, e via via si specializzarono anche in servizi come la sveglia telefonica, l'ora esatta, le informazioni sugli abbonati, la chiamata dei taxi.
## Il giorno in cui la signorina scomparve
La fine arrivò il 31 ottobre 1970, quando in Italia entrò in vigore la teleselezione integrale: un progetto avviato circa due anni prima per dotare l'intero territorio nazionale di centrali elettromeccaniche capaci di instradare automaticamente qualsiasi chiamata, rendendo superfluo l'intervento della centralinista distrettuale. Fu una vittoria tecnologica della neonata SIP, la società pubblica che riuniva le concessionarie telefoniche italiane, ma anche la chiusura di un intero mondo professionale: da quel giorno, comporre un numero bastò da solo a far squillare il telefono giusto, senza più bisogno di nessuna signorina all'altro capo del cordone.
## Prova tu a fare la signorina del telefono
Qui sotto ho creato Il simulatore di centralino manuale nato proprio per far rivivere, in forma di gioco, quei gesti: un LED che lampeggia per segnalare una chiamata in arrivo, uno spinotto da trascinare fino alla città giusta prima che la linea cada, la voce di un abbonato che chiede di essere collegato con Milano, Roma o Venezia. È un piccolo tuffo in un'epoca in cui la tecnologia aveva ancora un volto umano — anzi, una voce femminile, gentile e velocissima, che per quasi un secolo ha tenuto insieme le comunicazioni di un intero paese.
Se oggi componiamo un numero di telefono e la chiamata viene instradata in una frazione di secondo, è facile dimenticare quanto fosse complesso questo processo prima dell'avvento dell'elettronica e dei computer digitali. Negli anni Cinquanta, infatti, gran parte delle centrali telefoniche italiane era costituita da relè, selettori e ingegnosi meccanismi elettromeccanici capaci di svolgere funzioni che oggi affidiamo a un semplice microprocessore.
Tra i dispositivi più affascinanti di quell'epoca troviamo la memoria elettromeccanica introdotta dalla SIP nel 1957, impiegata nelle centrali Siemens a selettori di tipo Strowger (o, più precisamente, nelle evoluzioni del sistema Siemens con selettori a motore e controllo comune). Questo componente rappresentò un importante passo avanti nella gestione automatica delle chiamate. citeturn0search0turn0search2
Le prime centrali Strowger funzionavano seguendo direttamente gli impulsi generati dal disco combinatore del telefono. Ogni cifra composta dall'abbonato produceva una serie di impulsi che facevano avanzare i selettori passo dopo passo.
Questo sistema era affidabile, ma aveva un limite: una volta ricevuta una cifra, la centrale non era in grado di conservarla. Se fosse stato necessario ripeterla o utilizzarla in una fase successiva della commutazione, il sistema avrebbe dovuto riceverla nuovamente.
Con l'aumento del traffico telefonico e la crescente complessità delle reti, divenne evidente la necessità di introdurre un dispositivo capace di memorizzare temporaneamente le cifre composte dall'utente.
Nel 1957 la SIP adottò una soluzione tanto semplice quanto geniale.
La memoria elettromeccanica era costituita da un disco rotante sul quale erano presenti numerose lamelle metalliche. Ogni lamella poteva assumere due posizioni:
posizione di riposo (0);
posizione attiva (1).
Durante la composizione del numero, alcuni elettromagneti spostavano le lamelle corrispondenti agli impulsi ricevuti.
Quando la centrale aveva bisogno di conoscere nuovamente quella cifra, il disco ruotava lentamente e un contatto di lettura "leggeva" la sequenza di lamelle attive, ricostruendo esattamente il numero di impulsi ricevuti in precedenza.
Una volta utilizzata l'informazione, un terzo elettromagnete riportava automaticamente tutte le lamelle nella posizione iniziale, rendendo il dispositivo pronto per la chiamata successiva. citeturn0search0
È importante sottolineare che questa non era una memoria nel senso moderno del termine.
Non conservava dati per lungo tempo, non archiviava numeri telefonici e non aveva alcuna capacità di elaborazione.
Era piuttosto un registro temporaneo, indispensabile per permettere alla centrale di "ricordare" una cifra per pochi istanti, il tempo necessario a completare correttamente la commutazione della chiamata.
In pratica svolgeva una funzione analoga ai registri presenti oggi all'interno dei microprocessori.
L'introduzione di questa memoria permise alle centrali telefoniche di:gestire la selezione con maggiore affidabilità;
separare il momento della composizione da quello della commutazione;
ridurre gli errori;
migliorare la velocità di instaurazione delle chiamate;
preparare il terreno alle future centrali elettroniche.
Fu uno dei tanti passaggi intermedi che portarono la telefonia dalla pura meccanica ai sistemi elettronici e, successivamente, alle centrali completamente digitali.
Osservare oggi una memoria elettromeccanica SIP del 1957 significa assistere a una forma di "informatica meccanica".
Senza circuiti integrati, senza transistor e senza software, questo dispositivo era capace di memorizzare informazioni utilizzando esclusivamente dischi, molle, lamelle ed elettromagneti sincronizzati con estrema precisione.
Ogni cifra composta dall'abbonato lasciava una vera e propria "traccia fisica" all'interno del meccanismo, che pochi istanti dopo veniva letta e poi cancellata.
È uno straordinario esempio dell'ingegno con cui gli ingegneri dell'epoca riuscivano a risolvere problemi complessi attraverso la sola meccanica di precisione e l'elettromagnetismo.
Lo sapevi?
Anche se molti le chiamano semplicemente "memorie Strowger", questi registri appartenevano in realtà all'evoluzione delle centrali automatiche utilizzate dalla SIP negli anni Cinquanta. Il principio di commutazione derivava dall'invenzione di Almon Brown Strowger, ma la memoria elettromeccanica fu un perfezionamento successivo che rese possibile una gestione molto più efficiente delle chiamate automatiche. citeturn0search2turn0search0
dalla mia collezzione
Le memorie elettromeccaniche SIP introdotte nel 1957 rimasero in servizio per molti anni nelle centrali automatiche italiane, fino alla progressiva diffusione delle centrali elettroniche negli anni Settanta. Oggi sono reperti molto ricercati dagli appassionati di telefonia storica perché rappresentano uno degli ultimi esempi di elaborazione completamente elettromeccanica applicata alla rete telefonica italiana.
Telefono usato per testare centralini telefonici.